La prima cosa che un cliente mi dice, quasi sempre, è quali mobili ha in mente. Il divano che ha visto su una rivista, la cucina di quel brand, il tavolo in legno massello. Arriva con le idee chiare sull’arredo. Sul resto, quasi nulla.
Non è colpa sua. L’immagine più diffusa del lavoro sugli interni è quella: scegliere i mobili, abbinare i colori, disporre gli oggetti nello spazio. È quello che fa un arredatore, ed è un lavoro che ha la sua dignità. Il problema è che viene confuso con il lavoro dell’interior designer. E sono due cose diverse.
Non diverse per titolo di studio o per definizione professionale. Diverse per quello che succede concretamente in un progetto.
In un progetto di interior design a Treviso sono partito dall’edificio al grezzo (vedi il progetto pubblicato di Casa GG). Questa condizione mi ha dato la libertà di coordinare pavimento, murature, arredi e luce per costruire esattamente il tipo di atmosfera che i clienti cercavano. Il soggiorno aveva una parete obliqua, un elemento che in molti avrebbero trattato come un difetto da correggere. L’abbiamo trasformato nel carattere della stanza: quella diagonale è diventata il principio ordinatore di tutto lo spazio, inserendo dinamismo in un living che altrimenti sarebbe stato convenzionale. Il pavimento in rovere naturale, come lo volevano i clienti, è stato posato in diagonale per assecondare e rafforzare lo stesso tema. L’illuminazione è stata studiata su quella disposizione specifica degli arredi: accompagna l’atmosfera senza sovrastarla. Nessuna di queste scelte sarebbe stata possibile intervenendo solo sull’arredo. È il lavoro sulle superfici che ha reso tutto coerente.
Quello che faccio è disegnare spazi completi. Significa che dovunque posi lo sguardo, noti che c’è un’intenzione, un controllo. Non è una questione di perfezione: è una questione di coerenza tra le parti.
In pratica il processo funziona così. Parto dalla pianta: dispongo gli ambienti e gli arredi, verifico che siano funzionali, che i percorsi abbiano senso, che le proporzioni tra le stanze siano quelle giuste. Poi mi occupo del mood dello spazio. Che atmosfera deve avere questa casa? Quali materiali, quali tonalità, quale luce. È una visione generale, non ancora il dettaglio dei singoli prodotti, ma già una definizione chiara di come lo spazio sarà percepito nel suo complesso: gli elementi principali, i colori dominanti, il tipo di luce naturale e artificiale.
L’arredo arriva dopo, come completamento di un concept che esiste già. Non è il punto di partenza. È l’ultimo livello di un progetto di interni che ha già definito le sue coordinate.
Questo è quello che fa un interior designer. Non sceglie i mobili: progetta il sistema dentro cui i mobili hanno senso.
Lo stesso principio vale anche in contesti diversi dalla partenza al grezzo. In Casa SM a Chioggia, il lavoro sugli interni è partito da uno spazio esistente, ma con la possibilità di intervenire sulle superfici e sull’illuminazione. Anche qui, il risultato è uno spazio dove ogni elemento è al suo posto perché pensato dentro una visione complessiva.
Fa un lavoro diverso, che ha senso in contesti diversi. Un arredatore interviene quando lo spazio è già definito: le pareti ci sono, il pavimento c’è, la luce c’è. Il suo compito è scegliere i mobili e i complementi per rendere quello spazio abitabile e coerente. È un lavoro utile quando si tratta di rinnovare un ambiente senza toccarne la struttura.
Il problema nasce quando un cliente che sta ristrutturando casa, o costruendola da zero, parte dall’arredo. In quel caso sta saltando tutto il lavoro sulle superfici, sulla luce, sui materiali. E quando arriva il momento di posare il pavimento o di scegliere i rivestimenti del bagno, quelle decisioni vengono prese in fretta, senza progetto, spesso dal posatore o dall’impresa.
Il risultato è una selezione di mobili che può anche essere accurata, con un effetto ricercato pezzo per pezzo. Quello che manca è il dialogo con il tutto. Sono elementi poco integrati tra loro, senza una visione generale che li tenga insieme.
Un altro esempio è stato un progetto di interior design in provincia di Padova, ovvero Casa BB a Piove di Sacco. I clienti mi hanno cercato per una ristrutturazione, chiedendo anche qualche consiglio sull’arredo. È partito così: un incarico tecnico con una richiesta accessoria sui mobili. Poi, mano a mano che il progetto avanzava e la fiducia cresceva, abbiamo iniziato a scegliere insieme ogni cosa. Non solo i mobili, ma i rivestimenti, i materiali delle superfici, l’illuminazione. Quella ristrutturazione profonda ha permesso di lavorare su tutti i livelli, e l’arredo si è integrato negli ambienti invece di appoggiarsi sopra. Il risultato è uno spazio dove non si distingue dove finisce la parete e dove inizia il mobile, perché tutto è stato pensato con la stessa logica. Se il mio ruolo fosse rimasto quello di dare qualche consiglio sull’arredo, quel risultato non ci sarebbe stato.
C’è una cosa che trovo paradossale nel lavoro sulle superfici. Quando è fatto bene, sparisce. Il pavimento giusto non attira l’attenzione: fa funzionare tutto il resto. La luce corretta non si fa guardare: fa guardare quello che illumina. I rivestimenti coerenti non si fanno ammirare: fanno sembrare lo spazio più grande, più caldo, più logico.
Il compito del lavoro sulle superfici, alla fine, è integrare i mobili nello spazio in modo che si percepisca un tutt’uno. Non una somma di scelte separate, per quanto buone. Un ambiente dove architettura, superfici e arredi parlano la stessa lingua.
Quando architettura e interni vengono progettati insieme, questo lavoro diventa ancora più preciso. I materiali degli interni dialogano con quelli dell’involucro esterno. Le aperture sono pensate in funzione della luce che entra. Lo spazio non ha discontinuità tra fuori e dentro. È quello che cerco di fare in ogni progetto, che si tratti di una villa a Treviso, di un appartamento a Padova o di un interior design a Venezia.
A mio avviso, la domanda da farsi non è se serve un arredatore o un interior designer. La domanda è a che punto è il progetto. Se le superfici sono già fatte e si tratta di scegliere i mobili, un arredatore va benissimo. Se la casa è ancora da costruire o da ristrutturare, forse vale la pena chiedersi: quanto di quello che vedrò ogni giorno dipende da decisioni che non ho ancora preso?
Stefano Baseggio Architetto, si è laureato allo IUAV nel 2007, ha collaborato con Stefano Boeri e ha aperto la propria attività nel 2014.
